IL RUOLO DELL’UE NELLA DISPUTA SUL NUCLEARE USA-IRAN

, di Edoardo Biolcati

IL RUOLO DELL'UE NELLA DISPUTA SUL NUCLEARE USA-IRAN

Nelle ultime settimane sta tenendo banco sulle agende politiche internazionali la decisione dell’Iran di uscire dall’Accordo Internazionale sul Nucleare, a circa un anno dalla nuova rottura voluta dagli Stati Uniti.

La conseguenza è stata la minaccia da parte degli USA di rilanciare un pacchetto di sanzioni contro la Repubblica Islamica se non avesse cessato la sua attività ’’destabilizzante’’ in Siria, con il supporto al governo di Assad nella costruzione di basi missilistiche ritenute potenzialmente pericolose per Israele. La minaccia arriva insieme ad una perentoria richiesta di cessare anche il supporto alla milizia sciita libanese di Hezbollah.

Il premier iraniano Hassan Rohani ha da pochi giorni annunciato che il paese manterrà scorte di uranio arricchito entro i confini del paese senza spedirle all’estero, minacciando anche di riprendere il processo di arricchimento dell’uranio entro 60 giorni se gli altri Stati membri del JCPOA, il Joint Comprehensive Plan Of Action (ovvero il Piano d’Azione congiunto globale sull’energia nucleare dell’Iran firmato dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: Cina, Francia, Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna, più Germania e Unione Europea), non avessero accettato di soddisfare le sue richieste in ambito bancario e petrolifero. Parliamo di una domanda di sostegno per i settori più colpiti dalle sanzioni statunitensi, visto che, nell’ultimo anno, si è registrata una decrescita del 4% e una perdita di circa 10 miliardi di dollari che segnano la conseguente entrata in recessione dell’economia iraniana.

In settimana Rohani ha fatto sapere, mediante l’invio ai membri dell’Accordo di lettere da lui firmate, che non vorrebbe un ritiro totale dal trattato quanto una riduzione degli impegni, in conseguenza di un anno di ostruzionismo portato avanti da Washington. Mossa ritenuta del tutto legittima dal premier iraniano in virtù del fatto che, come affermato dagli articoli 26 e 36 del Patto, se una delle parti lo viola, l’Iran può ridurre i suoi impegni a qualsiasi livello.

Con un accordo che sembra vacillare a tal punto da sembrare prossimo al collasso, l’Iran, nella persona del suo Ministro degli Esteri inviato a Mosca, Mohammad Javad Zarif, ha trovato l’appoggio della Russia, con il suo omologo Sergej Lavrov che ha pubblicamente accusato gli Stati Uniti di aver arbitrariamente provocato una crisi.

Le parti europee dell’Accordo (Francia, Germania e Regno Unito) hanno cercato nell’ultimo anno di far proseguire il dialogo in modo tale che per le loro aziende nazionali potesse essere ancora possibile continuare a fare affari con l’Iran, senza però sortire completamente gli effetti sperati, in quanto le sanzioni di Washington prevedono l’extraterritorialità: impongono a qualsiasi società, ovunque abbia la sede, di rispettare tali sanzioni ogni qual volta vengano usati dollari americani come valuta di transazione (che nei settori colpiti dai provvedimenti è normalità); motivo per cui anche le più grandi aziende europee hanno presto ridotto ai minimi termini il commercio con l’Iran.

Dal canto suo la Germania, nella persona del portavoce di Frau Merkel, Steffen Seibert, ha annunciato di voler rispettare i termini dell’Accordo e di impegnarsi affinché anche l’Iran lo rispetti nella sua totalità. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il Ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt: «Invitiamo gli iraniani a pensarci molto a lungo e a fondo prima di rompere quell’accordo, non è nell’interesse di nessuno, tantomeno nel loro, perché nel momento in cui tornano al nucleare lo faranno anche i loro vicini».

Nella sua persona giuridica, anche l’Unione Europea ha ribadito più volte di essere intenzionata a rispettare i termini dell’accordo ed a mantenere una finestra di dialogo con Teheran, ma è stretta dal nodo dell’extraterritorialità delle sanzioni americane.

Da parte sua l’UE ha cercato di dotarsi di mezzi per tutelare la propria sovranità economica nei confronti del Tesoro Americano, come il Regolamento di Blocco, che tra tutti gli effetti ha quello di consentire il recupero dei danni derivanti dall’extraterritorialità delle sanzioni USA e dalle persone che li causano, annullando inoltre gli effetti sull’UE di qualsiasi sentenza di un tribunale straniero riguardo ad essi. Con questo scopo negli scorsi mesi ha visto la luce INSTEX, Instrument in Support of Trade Exchanges, una società di diritto con sede a Parigi, che vede tra i firmatari paesi europei parte dell’Accordo sul Nucleare e che si pone l’obiettivo di proteggere i flussi di denaro in euro da e verso la Repubblica Iraniana; un progetto che mira inoltre ad espandersi includendo paesi europei e con il (non) dichiarato scopo di mantenere vivo il canale commerciale con l’Iran.

Dal canto suo Washington sembra persino pronta a rivoltarsi contro i suoi alleati con ulteriori sanzioni nel caso in cui INSTEX si estenda ad altri campi e preveda l’ingresso di altri paesi, ma in proposito la volontà europea di sfidare il grande d’oltre Atlantico pare piuttosto debole, propendendo piuttosto per calmare i fuochi accesi dall’America semplicemente ribadendo delle mere dichiarazioni.

Secondo l’analisi dell’ISPI, la scelta iraniana pare essere un ultimatum lanciato all’Unione Europea in risposta all’eccessiva pressione americana, ma se l’Iran non dovesse continuare a ricevere quanto pattuito in cambio dello stop sul nucleare, il crollo dell’accordo potrebbe essere immediato. Ciò che resta da vedere sta nella risposta dell’UE che ha il potere di far proseguire o cadere il programma.

Fonte immagine: Wikipedia.

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